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giovedì 13 gennaio 2011

Greenpeace: Spot sul nucleare? Altro che equidistante!


E' ormai trasmesso in televisione da mesi, si spaccia per equidistante ma in realtà cela un messaggio tutt'altro che imparziale. Stiamo parlando dello spot del Forum Nucleare, nel quale ci sono due giocatori di scacchi che discutono sui lati positivi e negativi del ritorno all'uranio ma in realtà offrono un esempio raffinatissimo di manipolazione dell'informazione. Greenpeace, sul suo sito italiano ha tentato di smascherare questa abilissima messa in scena nata con l'obiettivo di rassicurare gli italiani su un possibile ritorno al nucleare.

Innanzitutto c'è da sottolineare l'imponente spesa affrontata per realizzare uno spot tutto sommato semplice: 3 milioni di euro. Una cifra sicuramente enorme se paragonata alle possibilità economiche dei movimenti "No Nuke".

Ma cosa ancor più grave è il falso colloquio pro e contro il ritorno al nucleare: la prima "bufala", come la definisce Greenpeace nel suo comunicato, riguarda la gestione delle scorie. Nello spot si afferma che "si possono gestire in sicurezza" quando in realtà dopo 60 anni di ricerca tecnologica in nessuna parte del mondo è stata dimostrata la sicurezza delle scorie radioattive prodotte dalle centrali.

Seconda bufala clamorosa: il giocatore "pro nucleare" afferma che, per guadagnare l'indipendenza dalle fonti fossili non si può fare affidamento sulle energie rinnovabili in quanto tra 50 anni potrebbero non bastare per tutti. Greenpeace smentisce anche questa bugia sottolineando innanzitutto come tra 50 anni probabilmente le riserve di uranio estraibile a costi calcolabili saranno quasi agli sgoccioli. In secondo luogo, secondo degli studi di fonte industriale ed istituzionale, uno scenario energetico basato totalmente sulle fonti rinnovabili è più che una fantasticheria, almeno in Europa.

Infine, come se tutto ciò non bastasse, ci sono forti dubbi su chi pagherà questa falsa propaganda. Si sa solo che le norme in vigore per il nucleare prevedono fondi pubblici per le campagne informative.

Insomma, come sottolinea Giuseppe Onufrio Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia, la beffa per gli italiani è doppia. Probabilmente, per pagare questa campagna, si useranno le risorse di tutti per convincere la minoranza dei nostri connazionali ancora convinta che i benefici del nucleare siano superiori ai rischi.

Per maggiori informazioni o per aderire alla campagna di Greenpeace basta collegarsi al sito www.greenpeace.it
Per vedere invece uno dei tanti doppiaggi contro il nucleare comparsi sul web nell'ultimo periodo collegarsi a http://www.youtube.com/watch?v=9wOrvWXDcr8&feature=player_embedded


Roberto D'Amico

martedì 9 novembre 2010

Ma la benzina verde è veramente "verde"?


“Quando Bio non è sinonimo di verde”, è questo il sottotitolo del rapporto pubblicato da Greenpeace sulle politiche dell'Unione Europea in materia di Biocarburanti. Un sottotitolo che la dice lunga e rende perfettamente l'idea di come politiche sbagliate, nonostante le buone intenzioni, possano portare a conseguenze gravi nell'ecosistema mondiale.


Stando ai dati del rapporto l'Europa aumenterà del 9% entro il 2020 l'utilizzo dei biocarburanti nel settore del trasporto e ciò comporterà un cambio d'uso di ben 69.000 km² di suolo nei prossimi 10 anni. Ciò equivale a dire che un'area pari al doppio della superficie del Belgio verrà destinata alle colture energetiche a discapito di quelle agricole che dovranno trovare spazio in terreni ora occupati da foreste o da comunità più povere.

Tutto ciò avrà serie ripercussioni a livello ambientale, infatti si prevede un'aggiunta di emissioni di gas serra che oscilla tra i 27 e i 56 milioni di tonnellate.
Cinque i paesi dell'Unione maggiormente responsabili di quest'aggiunta di emissioni: Inghilterra, Spagna, Germania, Italia e Francia. Il rapporto inoltre è stato pubblicato a poche settimane dallo studio sul "Cambio indiretto dell'uso dei suoli" (ILUC) che la Commissione europea dovrà presentare entro fine anno.

Secondo Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia, foreste ed interi ecosistemi sono gravemente a rischio solo per riempire i serbatoi di benzina verde che poi così “verde” in realtà non è.
Il rapporto è stato lanciato da una larga coalizione di ONG europee, composta da Greenpeace, ActionAid, Bird Life International, Client Earth, European Environmental Bureau, Fern, Friends of the Earth Europe, Wetlands International, Transport & Environment.


Roberto D'Amico

giovedì 4 novembre 2010

Un comitato per dire nuovamente NO al nucleare!


Sono passati quasi 23 anni dall'8 novembre 1987, il giorno dei tre referendum abrogativi che proibirono l'utilizzo e la costruzione di centrali nucleari in Italia. Più dell'85% dei votanti si schierò a favore dell'abrogazione degli interventi statali in caso di rifiuto da parte di un comune di costruire centrali sul proprio territorio, dell'abrogazione dei contributi di compensazione agli enti locali per la presenza di centrali nucleari nel proprio territorio ed infine dell'esclusione di ogni possibilità per l'Enel di partecipare alla costruzione di centrali all'estero. Proprio per sottolineare l'importanza di quel referendum, che sembra oggi dimenticato da chi propone ed auspica un ritorno al nucleare, è stata organizzata per la giornata di oggi una conferenza stampa a Roma per presentare i rischi per la salute e i costi di una centrale atomica.
La conferenza si è svolta alle ore 11.00 presso la Sala Margana in Via Margana 41 ed è stata promossa dal Comitato Nazionale “Fermiamo il nucleare, non serve all’Italia”.
Il comitato è promosso dalle maggiori associazioni ambientaliste ed animaliste nazionali: Legambiente, Greenpeace, WWF Italia, LAV, Lipu, Fare Verde, Italia Nostra, Accademia Kronos, Amici della Terra, Ambiente e Lavoro, Associazione Mediterranea per la Natura, Comitato SI alle energie rinnovabili NO al nucleare, Forum Ambientalista, Mountain Wilderness, Pro Natura, The Jane Goodall Institute Italia e VAS.
Nel corso della conferenza sono state presentate tutte le iniziative del comitato tra cui la mobilitazione a favore dello sviluppo dell'efficienza energetica e delle energie rinnovabili in programma in tutta Italia sabato 6 e domenica 7 novembre.
Roberto D'Amico

giovedì 28 ottobre 2010

Greenpeace: svolta per il fotovoltaico, l'Italia tra i paesi più "rinnovabili"


E' stato pubblicato ieri da Greenpeace International in collaborazione con EPIA, l'Associazione europea delle industrie fotovoltaiche, il rapporto “Solar generation 2010”. Secondo quanto riportato l'energia solare potrà soddisfare il 5% del fabbisogno mondiale entro il 2020 e il 9% entro il 2030. Contemporaneamente le spese di installazione degli impianti stanno calando vistosamente infatti, secondo le stime, nei prossimi 5 anni il costo dei moduli fotovoltaici scenderà del 40% come è già successo dal 2007 ad oggi. Secondo le previsioni quindi, nei prossimi tre o cinque anni, il fotovoltaico entrerà direttamente in competizione con la altre fonti di energia che, nei paesi industrializzati, hanno un costo decisamente elevato.


Secondo Greenpeace se si continuerà lungo questa strada e le politiche di incentivazione non verranno ridotte si potrà arrivare entro il 2015 al record di 180 GW di potenza scaturita dagli impianti fotovoltaici a livello globale. Le previsioni fanno ben sperare sia perchè all'inizio del 2010 si raggiungeva, sempre a livello mondiale, un totale di "soli" 23GW di energia ma soprattutto fanno ben sperare il nostro paese che avrà un peso impertante sugli obiettivi dei prossimi anni con una produzione prevista di almeno 8GW di energia solare. Inoltre l'energia solare, oltre all'ovvio beneficio ambientale, sarà importante nei prossimi anni come strumento di stabilizzazione dei costi energetici e come fonte di nuovi posti di lavoro.


Secondo Domenico Belli, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace, gli investimenti sul solare hanno raggiunto il record dei 35 miliardi di euro nel 2009 e potrebbero arrivare a quota 70 nel 2015. L'Italia vanta sempre un'ottima posizione con quasi un miliardo di investimenti. I costi sempre più bassi e gli sviluppi tecnologici, conclude Belli, faranno raddoppiare entro 5 anni l’incidenza del fotovoltaico nella fornitura di energia primaria.


Roberto D'Amico